Ottimo tempismo direi, dato che pochi giorni dopo gli italiani sono ufficialmente diventati agli occhi del mondo “gli untori d’Europa”, ma non sono qui per parlare di questo.
Probabilmente dedicherò all’intera situazione un altro post/articolo.
Durante il mio fantastico week-end lombardo, in un regime ancora incerto di semi-quarantena libera, dopo mesi di astinenza da pizza, io e il mio ragazzo abbiamo deciso di provare – finalmente aggiungerei – “Pizzium”, una catena di ristoranti che sta spopolando da diverso tempo qui a Milano.
Premetto che non è facile trovare posto nel weekend, anche perché non accettano prenotazioni il sabato; infatti, nonostante la situazione, abbiamo dovuto cambiare location spostandoci da quello situato in Darsena a quello in via Anfossi, scelta dovuta anche all’impossibilità di trovare parcheggio. Abbiamo aspettato all’incirca una ventina di minuti per il tavolo. Nonostante la confusione, il ricambio di gente è piuttosto veloce, così come il servizio. Purtroppo, è difficile giudicare un locale quando è praticamente quasi impossibile muoversi al suo interno e si è ammassati ad “uso sardine”, però nel complesso ho apprezzato la scelta dei colori, delle ceramiche e, in generale, dell’arredamento semplice e accogliente. E questo non lo dico tanto per dire, l’ho fatto notare anche al mio ragazzo che, dall’alto della sua vena da designer alla Bruno Munari, si è limitato a chinare il capo, non so ancora se in segno di assenso verso le mie parole o per guardare meglio il menù sotto la giusta luce.
Quest’ultimo è piuttosto striminzito ma valido.
Ricordate che quando le scelte sono limitate, la qualità del cibo dovrebbe essere tendenzialmente più alta, perché questo vuol dire che gli alimenti sono sempre freschi. Noi abbiamo ordinato un antipasto, due pizze e un dolce.
Partiamo dall’antipasto, elencando aspetti positivi e note dolenti:
Abbiamo scelto due bruschette e me ne sono subito pentita guardando su Instagram la foto di focaccia e salumi. Il pane è tostato alla perfezione e il condimento è abbondante. Il problema è che con tre euro ti viene servita una singola bruschetta. Fortunatamente, non aspettandocelo, ne avevamo ordinate due diverse. Almeno, per un po’, ho tappato quel languorino che mi viene ogni volta che penso alla parola pizza; un languorino che comincia già al mattino, quando programmo per la sera e potrebbe iniziare anche il giorno precedente, se non diventasse poi insostenibile.
Parliamo delle protagoniste del locale, le pizze:
La pasta è molto digeribile. Il problema è che, forse, è troppo leggera e non basta a riempirti lo stomaco, malgrado la dimensione della pizza sia nella norma. Sono sicura che, se non avessi ordinato quella con il cornicione ripieno, più sostanziosa, avrei optato per una seconda pizza, dato che tornata a casa ho dovuto sopprimere la mia voglia di cibo con te e biscotti, rigorosamente “fit” per non sentirmi ulteriormente in colpa.
Sul dolce non mi esprime perché solo il mio ragazzo ha ordinato un tiramisù e, a giudicare dal suo sguardo in estasi, gli è piaciuto, ma lui gode già solo nel sentire il dolce suono della parola “T-I-R-A-M-I-S-U’”.
Nel complesso, considerando tutta la fama che ha acquisito negli ultimi tempi, l’ho trovato forse un po’ sopravvalutato, della serie “ho mangiato pizze migliori”; sicuramente aver puntato su un ambiente e un servizio giovanile aiuta molto a creare l’atmosfera giusta per il posto, i cui clienti più fedeli sono in maggioranza studenti o giovani lavoratori. Penso di avere un giudizio piuttosto neutrale, forse per la prima volta da quando scrivo; la pizza è buona, il prezzo nella media (solo le bruschette mi sono sembrate un po’ TOO MUCH) e i camerieri sono velocissimi.
C’è sicuramente di meglio, ma anche molto di peggio.
Ammetto di essermi presa una lunga pausa, ma da quando mi sono trasferita a Praga, i miei ritmi di vita sono piuttosto cambiati. Chi lo avrebbe mai detto che avrei mai avuto la forza di svegliarmi alle sei del mattino – dall’alto dei miei ventiquattro anni, il cui tempo è ormai scandito da continui “Opplà!”- ed andare in palestra? E, soprattutto, chi lo avrebbe mai detto che dopo più di venti anni passati a cenare, quando al Nord sono già a letto, avrei finito per apprezzare “Netflix e coperte” alle otto di sera? Ormai sono abituata agli “orari della gallina”, così li chiama mia madre. Il cibo qui è molto diverso e probabilmente prima o poi ne scriverò, insieme a tante altre cose che mi hanno sorpreso, positivamente e negativamente, di questa nuova avventura oltre i confini della madre-patria. Tuttavia, anche questa volta voglio parlarvi di un’esperienza a strisce verdi, bianche e rosse. L’ultimo weekend di Gennaio sono tornata a Milano e, avendo preso il biglietto in anticipo di un mese (fortunatamente oserei dire, considerando i prezzi last minute), ho deciso di regalare una cena al mio ragazzo per la sua laurea. D’altronde, non esiste regalo più apprezzato del cibo nè amore più sincero. Dal canto suo, aveva espresso spesso il desiderio di andare in questo ristorante, che, a mio avviso, è una piacevole via di mezzo tra un comune ristorante di pesce e un salasso da Cracco. La sua era una di quelle volontà che tutti abbiamo, ma che, se qualcuno non prende l’iniziativa per noi, probabilmente ci porteremmo fin sul letto di morte, mettendole anche nel testamento per i posteri. A mio avviso, non è necessario prenotare con largo anticipo anche se io, per sicurezza, avevo comunque chiamato un mese prima. Non è uno di quei posti stellati con prenotazioni chilometriche, che fai prima a diventare chef stellato tu, che a provarne il menù. Abbiamo impiegato circa un’ora o poco più per arrivare a Gallarate da Pavia, ma a guardare l’espressione estasiata del mio ragazzo, ne avrebbe volentieri fatte anche due.
A nuoto.
Nell’oceano Pacifico.
La location, una villa dai toni semi-barocchi, è sicuramente uno dei punti forti, sia esternamente che internamente. Tutto appare curato nei minimi dettagli, dall’ingresso dove ti viene chiesto cortesemente il cappotto, tanto che tu cominci a guardarti intorno stranito – abituato alle solite bettole dove te lo tieni con forza stretto al petto per paura che qualcuno te lo rubi – e a momenti vorresti sfoderare la tua migliore interpretazione di Robert De Niro“Ma dici a me? Ma dici a me? … Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me?”
Un altro punto a favore, che in realtà penso sia tipico dei ristoranti di un certo livello (scusate, ma non sono abituata) è il fatto che ci sono due menù, uno con i prezzi e uno senza. Cosi se state invitando qualcuno a mangiare fuori, potete fare gli splendidi. Anche se, dopo aver speso più di 300 euro di cena, io te lo devo fare notare quanto mi sei costato/a, persino fingendo che lo scontrino sia caduto in terra per sbaglio.
Ooops, che sbadato/a!
Io, personalmente, consiglio di ordinare il menù degustazione da sei portate; vi sazia senza strafare. Suppongo che venga cambiato di tanto in tanto; quindi, probabilmente quello che ho assaggiato io, non corrisponderà a quello che vi sara servito, qualora decideste di andarvi.
Sorry, not sorry.
Il cameriere – che penso abbia un nome più altisonante per questo genere di posti, ma noi, che non apparteniamo all’alta borghesia, continueremo a chiamarlo al limite “garcon”, perchè in francese diventa tutto più elegante – ci ha accompagnati ad un tavolo, troppo grande per due persone e, anche, per le porzioni servite. Ad attenderci, c’erano già dei grissini in un vaso e dei taralli friabili.
(Frana non è che fria – cit)
Abbiamo optato per il menù con accompagnamento di vini, per sentirci per una sera dei very sommerlier, pur essendo cresciuti a San Crispino.
Parlo per me.
Il mio ragazzo, invece, la prima volta che è venuto a casa mia, e ancora non stavamo neanche insieme, ha portato un Amarone, probabilmente sperando che io sarei stata in grado di riconoscerne il valore, mentre al contrario io, che non mi tradisco mai, l’ho trangugiato come fosse acqua minerale del rubinetto, concludendo con un “buono”. Gli dovevo già piacere parecchio, per non aver sussultato ad un mediocre “buono” per una bottiglia del valore superiore ai 30 euro.
E io che mi sento ricca, quando spendo più di 6 euro per un calice di vino.
La prima portata c’è stata servita su un piatto variopinto. Un antipasto di pesce, anche se non ne ricordo esattamente il tipo. Sicuramente molto leggero, dato che non riesco al momento a focalizzarne il sapore.
Ad esso, è seguito un secondo antipasto a base di verza e, a quanto pare, carne, conosciuto come “cassoeula” (ho cercato su internet la parola corretta). Sottolineo l’ “a quanto pare” perchè onestamente non ne ho percepito né il sapore né la presenza. A dirla tutta, non l’avevo mai provato prima, quindi, non posso sentenziarne la bontà, mettendola a paragone con altre versioni. Il gusto era decisamente molto forte. Riesco a sentirne i toni amaragnoli sulla punta della lingua anche a distanza di settimane. La verza cotta non è una cosa di cui vado pazza, e l’averla accostata all’aceto balsamico non ha giovato molto, anzi…
Tuttavia, non voglio affermare che non sia stata all’altezza delle aspettative. Il mio ragazzo l’ha trovata deliziosa. Ritengo possa essere piu adattata a coloro che sono abituati a dei sapori forti e particolari.
Sempre come antipasto, c’è stato servito in seguito del salmone, cotto su pietra, dentro una teca trasparente da cui, una volta aperta, fuoriusciva un forte odore di legno, gradito contributo alla percezione finale della medesima pietanza. Questa è stata sicuramente la portata che mi è piaciuta di più. Sono un amante del pesce semi-crudo e il modo in cui è stato presentato, dal curioso impiattamento all’uso di pinzette metalliche per poterlo gustare, mi ha piacevolmente colpita.
Il primo, sempre a base di pesce, a paragone è risultato alquanto scialbo. L’assenza di sughi e condimenti vari ha consentito di accentuare la freschezza della pasta, ma ha reso l’esiguo condimento di pesce, appena percettibile.
Ho apprezzato l’idea di spezzare con un secondo di carne, accompagnata da un purè molto leggero e piacevole.
Infine, siamo giunti al momento del dolce.
Quel piatto per cui c’è sempre spazio nel nostro stomaco.
Abbiamo assaggiato un fresco gelato alla nocciola, accompagnato da tiramisu dalla forma quasi cilindrica. Pur non essendo il mio dolce preferito, la dolcezza e la qualità delle materie prime usate mi ha nuovamente stupita. Non aspettatevi il comune tiramisù a base di biscotti secchi e caffè, ma una versione rivisitata, fresca e dolce, composta da strati alternati, che esplodono nella vostra bocca, regalandovi un brivido fresco lungo la schiena.
Abbiamo concluso la cena con i “dolci della casa”; micro pasticcini, presentati su una sorta di vaso in ceramica dai vividi colori siciliani. Il gusto era molto simile a quello dei comuni pasticcini da banco, quindi non ho, a dir la verità, molto d’aggiungere in merito.
Riguardo ai vini che hanno accompagnato ogni singola portata, non mi reputo cosi esperta da poterne parlare singolarmente, ma ho trovato ottima la scelta di alternare secchi, frizzanti e dolci in base alla portata. Eccetto l’ultimo, troppo dolce per il mio palato, simile ad un comune zibibbo, penso siano stati splendidamente abbinati. Consiglio di fare l’accostamento con i vini, perchè, a mio avviso, permettono di esaltare il sapore delle pietanze, imponendovi anche una pausa tra un boccone e l’altro. Il prezzo lievita di circa 50 euro a persona, che più o meno corrispondono 10 euro al calice.
Non tanto dopotutto, se consideriamo le cantine di provenienza.
Per concludere, posso dire che è un’esperienza da fare sia per il cibo – ho dimenticato di menzionare i panini che ci hanno portato durante una pausa tra due portate e l’ottimo olio extra vergine d’oliva che li ha accompagnati (il mio ragazzo, come sempre, si è fatto riconoscere, chiedendo cosa fossero quelle due semplici e comuni pagnotte) – sia per il contesto, dall’attenzione verso il cliente al bagno in marmo nero, dove si trovano delle bustine monouso con tanto di spazzolino e dentifricio, anche se nessuno vorrebbe lavarsi i denti dopo sei euro di caffè.
Il conto, naturalmente, è salato, ma suppongo sempre meno di un comune ristorante stellato. Se non ordinate vini e caffe (piu caro, come già dettp, di una porzione di tiramisù), con 80 euro a testa vi godete un’ottima cena, ricca di sapori nuovi.
Io, magari, sono stata un po’ sfortunata, perchè eccetto l’antipasto di pesce e il dolce, non sono riuscita ad apprezzare la cena fino in fondo; quindi, partite comunque con la certezza che non è detto che ne usciate soddisfatti al 100%.
Il mio ragazzo ha continuato a parlarne anche nei giorni successivi. Non sono sicura se abbia apprezzato di più la location, l’essere servito e riverito, o il cibo dato che, a prescindere dal fatto che fosse un regalo, si è offerto di pagare quantomeno il vino, altrimenti il mio portafoglio avrebbe risentito eccessivamente della grave perdita pecunaria.
Va beh, se insisti.
Per tutte le tasche, e, invece, il menù del pranzo settimanale, con un valore di circa 25 euro. Un’ottima opportunità per provare il menu Vinciguerra ad un prezzo accessibile a tutti
Trapizzino al sugo, alla parmigiana di melenzane e alla misticanza
Anche in questo caso mi ritrovo a
scrivere qualcosa di un posto dove sono stata circa un mese fa.
Mea culpa.
Purtroppo recentemente non ho avuto
molto tempo a disposizione e sto cercando di recuperare solo ora i ristoranti “memorabili”;
indimenticabili nel bene e nel male.
Premetto che già il nome mi aveva
incuriosito ed era un po’ che volevo assaggiare qualcosa, nonostante i gusti
“classici”, promossi sul sito, non abbiano per me alcuna attrattiva.
Non è possibile prenotare. Pertanto,
vi consiglio di arrivare per le 20:00, nonostante la velocità del servizio
consenta un ricambio di tavoli di circa 30/45 minuti massimo. Non vi aspettate
un locale carino ed accogliente, quanto piuttosto una decina di tavoli
scaraventati su una superficie non troppo ampia con limitate possibilità di
movimento; così attaccati da dover stare attenti a non finire per confondere la
mano del proprio compagno con quella del vicino.
Speriamo non si sieda un mancino
accanto a voi.
Dietro un grande bancone i trapizzini
– formati da un impasto simile alla pizza, dalla forma conica scavata – vengono
cotti sul momento e poi riempiti, trasferendovi all’interno il condimento,
travasato direttamente da grosse pentole fumanti.
Non so se siamo stati particolarmente
sfortunati noi, ma, ahimè, i ripieni del giorno erano proprio quelli di dubbio
gusto.
Abbiamo ordinato due supplì, uno
tradizionale e uno alle melanzane, – non vi lasciate ingannare, avevano lo
stesso gusto – e tre trapizzini a testa: uno “doppia panna e alici”, uno “al
sugo”, due “parmigiana di melenzane”, uno “misticanza alla romana” e uno “coda
alla vaccinara”. Il primo non mi sento di consigliarvelo, soprattutto perché,
essendo servito freddo, crea molto contrasto con il trapizzino caldo e il
risultato non è dei migliori. I trapizzini “al sugo” e “parmigiana di
melenzane” sono molto simili e abbastanza “gustosi”. Non pensate, tuttavia, che
il sapore sia quello della parmigiana di melenzane, quanto piuttosto un insieme
di salsa e melenzane fritte condite con un miscuglio di spezie ed erbe. Il
trapizzino “misticanza alla romana” contiene solo verdura, quindi, deve
piacervi veramente il sapore pungente della misticanza. A me non è dispiaciuto
ma onestamente avrei preferito contenesse anche altro. Il trapizzino “coda alla
vaccinara” è stato migliore di quanto mi aspettassi. Forse perché l’idea di
mangiare della “coda” non mi aveva allettato particolarmente. Il sapore è
simile al brasato, che comunque a me non fa impazzire; infatti, alla fine l’ha
mangiato solo il mio ragazzo.
CONSIGLIO: So che non è possibile
farlo, ma sarebbe meglio sapere in anticipo i gusti del “giorno” per decidere
se andare o no, perché sul sito alcune proposte sembrano allettanti e altre
“per niente”.
Ritengo paradossale la scelta del “target”, oltre che difficile da individuare. Per il luogo e la comodità delle sedute il target dovrebbe essere inferiore ai 30, mentre per i gusti superiore ai 20/25. Ve lo immaginate un ragazzino di 15 anni dire “quasi quasi oggi provo la lingua”. Io a 15 anni mi sentivo una “eroina” se riuscivo a mangiare le lenticchie senza lamentarmi.
Pezzi di corpo di animali di dubbia
provenienza non erano neanche da prendere in considerazione.
Tuttavia, ho visto diversi, anche se
non tantissimi, rider; quindi, probabilmente molti preferiscono fari portare il
cibo direttamente a casa. Il brand va comunque molto bene sul mercato, anche
perché ha diverse sedi e punta ad incrementare le aperture, mentre il cibo,
dubbioso per i gusti, è sicuramente di buona qualità. I supplì non sono male e
la pasta del trapizzino è croccante al punto giusto e di facile digeribilità. Anche i prezzi sono nella media. Considerate
di potervela cavare con circa 15/20 euro, bevande incluse, ed uscire a stomaco
“piuttosto pieno”.
Sicuramente è un’alternativa
interessante rispetto alla solita pizza, sempre che non siate costretti a
ripiegare sulla lingua alla salsa verde.
Riassumerei
così la pubblicità promozionale di “Pescaria”, anche se so benissimo il duro
lavoro di marketing e social media marketing che vi si cela alle spalle. Per
mesi e mesi ho visto inserzioni su vari social, soprattutto Facebook, finché non
mi detta che era il momento di andare a provarlo. Premetto che il tentennamento
non era mio, ma del mio ragazzo che era poco attratto dall’idea di “sgarrare”
con un panino al pesce, rinunciando “poverino” alla sua dose di carboidrati
settimanali. D’altro canto, avevo sentito solo recensioni positive e,
considerando che l’Amministratore Delegato e co-fondatore di Pescaria è ospite
ad un evento che organizzo con la mia azienda, mi sembrava doveroso confermare
i feedback. Nato a Polignano a Mare dall’idea di alcuni amici, ha recentemente
conquistato anche Torino, mentre Milano ne ospita attualmente due. Io sono
andata in quello in zona Tortona. Il format è piuttosto semplice, ricordando
nell’atmosfera e nei colori scelti per l’arredo – prevalentemente blu e bianco –
le pescherie delle zone di mare con un tocco di modernità più young under 40.
Non è possibile prenotare naturalmente e sfortunatamente, quindi, preparatevi a
fare almeno 20/30 minuti di fila, che raddoppiano se, come me, decidete di
andare durante fine settimana.
Quindi, se potete, no, non andate nel weekend.
Si ordina al
bancone e ci si accomoda, sperando di trovare posto nei pochi tavoli presenti
dentro o fuori. Nel giro di qualche minuto, qualcuno comincia ad urlare il tuo
numero di ordinazione, il tuo nome, quello di tua zia o cugina, ma ti assicurò
che, ovunque tu sia seduto, ti troverà. Avendo deciso di fare questa recensione
a distanza di millenni dalla mia effettiva esperienza culinaria, non ricordo
esattamente il nome dei panini che abbiamo scelto; però, uno era quello tipico
con il polpo, marchio pubblicitario di fabbrica, e un altro credo fosse con il
salmone ed era la novità del giorno, a tema “Stranger Things”; infatti, il pane
era al carbone vegetale. Io ho scelto quest’ultimo, ma, nel corso della cena, inavvertitamente
mi sono ritrovata a mangiare anche tentacoli fritti, scambiando il panino con
quello del mio ragazzo. Che poi a pensarci bene, senza volervi spoilerare nulla
della serie, avrei visto meglio il polpo nel panino “Stranger Things” a
ricordarmi il Demogorgone. Senza rendercene conto, siamo riusciti, quindi, a
provare due varietà di panini diversa, uno caldo e uno freddo. Premetto che io,
essendo siciliana, ho una visione quasi mistica ed inimitabile del pane, che in
questo caso non è stata rispettata. Anzi, mi sembrava più un pane settentrionale
che meridionale. Il pesce, però, era veramente fresco e le accoppiate con gli
altri condimenti azzeccate. I prezzi sono piuttosto bassi ed è sicuramente un
buon compromesso per mangiare del buon pesce, evitando il rischio di salmonella
da sushi all-you-can-eat. Aspettatevi comunque qualcosa di veramente easy,
gustabile anche in pausa pranzo senza appesantirsi. Toglietevi però giacca e
cravatta o rischiate seriamente di sporcarvi, schiaffeggiati dalla pastella dei
tentacoli fritti.
Probabilmente
non molti sanno che questo “detto”, ormai di uso comune, fu pronunciato dal
poeta e scrittore Goethe dopo un soggiorno nel capoluogo campano che lo aveva
letteralmente stregato. Per una persona proveniente dai freddi paesi nordici
rimanere colpiti dal clima, dal calore delle persone e dal buon cibo
mediterraneo è normale, ma per chi, invece, è solito a tali costumi, l’impatto
è sicuramente diverso. Premetto che avevo già visitato Napoli recentemente,
dato che mio fratello si è trasferito per studiare a Caserta, ma era stata solo
una “toccata e fuga”. Per questo motivo, approfittando anche di un matrimonio a
Salerno, ho deciso di coronare la fine delle mie ferie con una settimana di
“sole e mare” prima di ritornare nella grigia Milano. Dico “sole e mare” ma è
stato più un “mare e musei” per l’infelicità del mio ragazzo. Tralasciando
tutte le meraviglie artistiche e architettoniche, Napoli ha molto da offrire
anche in termini di cibo e vita. Si respira un’aria diversa rispetto al Nord;
nessuno va di fretta, i mercanti per strada alzano la voce per richiamare
l’attenzione dei passanti e non per lamentarsi di un autobus in ritardo di 2
minuti, ogni tanto/spesso qualcuno dai modi simpatici e grotterschi ti ferma
per cercare di venderti un paio di calzini o mutande e la gente è sempre
sorridente, anche se i ¾ dei turisti sono di origine straniera. Le tappe che
non possono sicuramente mancare a livello culturale sono vari. Il Museo
archeologico cattura l’attenzione anche di coloro che di arte ne respirano
poca. Il Museo di Capodimonte è appena fuori città, comodissimo sia con la
macchina che con i mezzi per quanto si possano definire comodi i mezzi a
Napoli; la visita intera dura almeno 1 ora se non di più, quindi, se siete come
il mio ragazzo che ad ogni sala si sedeva ad aspettarmi, valutate bene. La
Galleria nazione d’Italia presenta una collezione di proprietà di Intesa San
Paolo. Si trova nel cuore di Spacca Napoli, quindi è impossibile non vederla.
Il Palazzo Reale e piazza del Plebiscito sono sicuramente di impatto e lasciano
spazio ad un’ampia piazza dove frequenti turisti amano immortalarsi con selfie
imbarazzanti. Se siete amanti di questo tipo di arredamento
vintage/rinascimentale è sicuramente obbligatorio fare tappa anche alla Reggia
di Caserta, che dista circa 30 minuti da Napoli. E’ sicuramente più imponente
rispetto al Palazzo Reale, adornata anche da un giardino ampio km e con il
susseguirsi di diversi stili dal giardino all’italiana a quello francese. La
Galleria Umberto è molto simile a quella dedicata a Vittorio Emanuele di Milano
con dimensioni più ridotte e prezzi più accesibili. Il Duomo è sicuramente
un’altra tappa da prendere in considerazione, nonostante si trovi in una
posizione differente rispetto al cuore pulsante di Napoli, mentre consiglio la
visione della Cappella di San Severo solo a coloro che sono appassionati veramente
all’arte barocca. Dato che siete in zona, approfittatene per fare un salto a
visitare la Napoli sotterranea – un salto non lo definirei proprio dato che una
visita media dura più o meno 1 ora – e non fate troppo i coraggiosi nei
cunicoli perchè fanno un pò body shaming a chi ha qualche kg in più, rischiando
di farvi rimanere incastrati e non è una bella sensazione. Simile ma con una
storia tutta differente, è la Galleria Borbonica. E’ molto più piccola ma le
guide sono molto brave e raccontano con passione una storia di morte e
disperazione; la storia della Seconda Guerra Mondiale dove le persone
rimanevano ore e giorni costipate in pochi mq. Se siete amanti dell’arte
medievale, vi consiglio di andare a visitare i vari castelli: Castel Nuovo (che
ospita anche una piccola ma interessante mostra), Castel Sant’Elmo che è il più
grande e maestoso e Castel Dell’Uovo che è sicuramente quello con la location
migliore trovandosi al centro del Lungo mare. Peccato che questa posizione
centrale lo porti ad avere sul ponte di collegamento con la terra ferma diverse
persone intente ad abbronzarsi o a farsi il bagno in un’acqua poco raccomandabile.
Dopo questa breve entry, parliamo un pò della vita a Napoli. Il centro è
racchiuso tra Museo e via Toledo e termina sul Lungomare dove diversi bar e
locali consentono di godersi un buon aperitivo, sorseggiando uno spritz al
limoncello, molto campano, e gustando qualche snack.
Poi basta.
Basta nel
senso che appena ci si allontana un pò dal centro, la situazione peggiora.
Basta allontanarsi 2 km dalla stazione centrale per imbattersi in edifici
fatiscenti. Napoli è urbanisticamente impostata come poche vie principali
grandi e un continum di viuzze che di giorno appaiono sicure, di notte un pò
meno. Considerate che a due passi da via Toledo, paralleli come gemelli
scomodi, si insidiano i Quartieri Spagnoli.
E’ possibile
percorli con la macchina, ma vi sconsiglio questa avventura perchè il codice
della strada è abbastanza sconosciuto e
potrebbe all’improvviso sbucare una persona o un motorino. Inoltre, alcune si
restringono a tal punto che o avete una smart o meglio fare marcia indietro. E’
stato questo sicuramente uno degli aspetti che mi ha colpito di più e che non
avevo notato la prima volta. Probabilmente è un elemento che neanche un turista
nota, muovendosi a piedi e in zone centrali ma esiste. Napoli è bella e moderna
se rimane “testa” ma bastano un paio di metri per essere “croce” e cambiare
totalmene faccia. Tutto diventa metonimia del degrado: in quattro su un
motorino senza casco, edifici che sembrano essere ancora in piedi per miracolo
solo perchè il Vesuvio ha deciso di non eruttare e scuotere le fondamenta della
terra, abusivismo evidente con lucchetti rotti alle porte, macchine senza
assicurazione (basta mettere la targa su google per scoprirlo), donne con seni
abbondanti e pance flaccide accerchiate da 3 o 4 bambini quasi della stessa età
e anziani sull’uscio intenti a sputare e maledire. Abitando a Catania, non è
per me una novità che in ogni città vi siano quartieri “belli” e quartieri che
“fatti accompagnare quando torni a casa” – ci sono, e non pochi, anche a Milano
– ma la cosa che qui mi ha stupito è che
siano così tanti e così vicini alla città. Per arrivare al “Fortino” o al
“Tunniceddu ra playa” dal centro di Catania la camminata è lunga. Lo stesso
discorso è applicabile anche a Milano dove tra la zona di uscite serali come
Navigli, Duomo, Brera e quelle di strupri serali come Viale Monza vi sono più
di un paio di fermate di metro di mezzo. Al contrario, siamo passati con la
macchina da Scampia e Secondigliano è mi sono apparse più sicure di altre zone
in centro città. Anzi, fatta eccezione per le vele che sono veramente in
situazioni disastrose, il resto è abbastanza tranquillo e tenuto in condizioni
discrete. Il cibo è buono ma su questo il Sud non si smentisce mai, però, dalla
fama che ha nel resto di Italia, onestamente mi aspettavo di più. La riccia è tra
i miei dolci preferiti, tanto da averla mangiata a colazione tutti i giorni e
tra le tante pasticcerie, qualora doveste capitare a Caserta, vi consiglio
quella con la tenda rossa che si trova al Duomo. La pastiera napoletana è,
invece, un dolce che deve piacere e nè a me nè al mio ragazzo ha fatto
impazzire ed è doveroso premettere che se metti un tavolo davanti al mio
ragazzo, lui è capace di mangiarsi anche quello. Per il resto probabilmente non
siamo stati molto fortunati, perchè per il pranzo ci siamo sempre arrangiati
con insalata e frutta per evitare di pesare 100 kg a fine vacanza, mentre per
la cena abbiamo scelto sempre ristoranti e pizzerie. Vi consiglio sicuramente
di provare “Fofò” a Caserta. Noi abbiamo ordinato due pizze e un antipasto che
era una sorta di crocchè ripieno di pancetta. La farina è molto digeribile e,
nonostante l’antipasto non mi abbia fatto impazzire forse per via
dell’amarognolo rilasciato dal grasso della pancetta, ne vale sicuramente la
pena, oltre al fatto che il personale è molto gentile. Dopo aver pagato, ci
siamo resi conto che non aveva considerato il dolce, siamo tornati indietro e
ci hanno risposto che andava bene così, probabilmente volendo premiare la
nostra onestà. Martedì sera siamo finiti in un posto che in sicilia definiremmo
“scrauso” – “scadente”. Il nostro intento principale era provare “Nennella”
che, invece, aveva ben deciso di chiudere ad Agosto; un agosto pieno di
turisti. Il secondo ristorante che avevamo trovato aveva una fila incredibile
da rispettare, oltre al fatto che nel pieno del servizio il titolare del locale
si è avvicinato dando una busta con dei soldi ad un altro e invitandolo ad
andarsene. Recupero crediti? Beh alle 21:00 non credo. Alla fine siamo finiti
in questo locale, recensito male e per un buon motivo. Pizza banale e frittura
mista cruda, nonostante siano due piatti che dovrebbero rappresentare a pieno
la cucina di Napoli. Una sera abbiamo deciso di cenare a casa perchè avevamo
pranzato fuori. Vi consiglio questo posto molto vicino a Castel Sant’Elmo dove
con pochissimo abbiamo ordinato una buona pizza fritta e un tagliere di salumi.
Uno dei camerieri, forse il titolare, è un uomo molto affabile e gentile che ha
apprezzato la fusione di generi tra me e il mio ragazzo, riappacificazione di
un continuo scontro Pavia/Catania. In realtà quasi tutti sono simpatici e dalla
“battuta pronta” qui. Nonostante la cattiva nomina di Napoli in termini di
sicurezza, vi posso assicurare che le strade centrali sono ben sovergliate, più
di Milano. E’ più probabile che siate voi stessi a dare soldi ad un venditore
ambulante, che riesce benissimo a persuadervi con i suoi modi, che subire un
furto direttamente. Per sicurezza, comunque, quando camminate in posti
affollati tenete la borsa davanti, ma in realtà è una cosa che consiglierei in
qualsiasi città dove si rischia di incolonarsi tipo “sardine” in un minuscolo
spazio vitale. I prezzi sono sicuramente più modesti di Milano ma più alti
della Sicilia, soprattutto le strisce blu; queste sono un vero furto legale.
In
conclusione, vi consiglio di visitare Napoli. Ne vale la pena da un punto di vista
artistico, culturale, culinario (soprattutto se siete convinti che la polenta
sia buona perchè, spoiler, non lo è. E’ il condimento ad esserlo). La gente è
molto “alla mano” e i prezzi sono modesti lontani dal centro. Il mare rimane il
mare e per me una città senza mare, è una città un pò triste, però, tranquilli,
poi non si muore.
O, per meglio dire: lotta all’impossibilità di parcheggio. Tra i vari “Miscusi” milanesi abbiamo inizialmente scelto quello collocato in zona Isola, che, secondo noi, sarebbe stato sicuramente il ristorante in cui potevamo trovare posto “a sedere” più facilmente data la possibile affluenza degli altri per via della stazione metro vicina. Mai scelta fu più sbagliata. Nonostante effettivamente dall’esterno si vedevano vari posti liberi, il parcheggio sembrava un’impresa tanto ardua che dopo 20 minuti di girotondo e non volendo parcheggiare a rischio “multa”, abbiamo deciso di spostarci verso Centrale. Anche qui la situazione non era troppo diversa, finchè non abbiamo tentato la fortuna seguendo la schiera di macchine che aveva occupato una banchina frontale alla facciata della stazione, un “posto – non posto” ma senza segnali stradali ad indicare il possibile divieto. Circondato da molti altri ristoranti turistici, l’atmosfera familiare fa qui da padrona. L’arredo e il design interno mixano rustico e moderno in maniera sapiente e misurata, prediligendo l’essenzialismo dei colori legno – bianco e rosso. I tavoli esterni sono sistemati “alla bella e buona”, un pò traballanti e, forse eccessivamente, accomodati. I camerieri indossano delle magliette bianche su cui è riporato il nome di una pietanza tipica “burrata”, “orecchietta”, “carbonara”… Lasciamo il nostro nominativo e dopo appena 10 minuti ci fanno accomodare fuori. Nonostante il temibile attacco di zanzare predatrici di una tipica serata estiva milanese, apprezzo molto il fatto che il nostro tavolo sia esattamente accanto alla vetrina che si affaccia su un piccolo locale trasparente dove un ragazzo sta preparando con cura la pasta a mano, lasciandola delicatamente cadere dall’apposita macchina e modellandola con le mani. Il servizio al tavolo è leggermente più costoso del solito, ma in compenso sono loro ad offire acqua e pane per la “scarpetta finale”. Il menù è minimal, decorato da un design accattivante ed espressioni conviviali che cercano di diffondere maggiormente “aria di casa”. Come ho già detto in passato, sono una fan del menù ristretto che qui offre circa 4 antipasti, 10 piatti di pasta (di cui è possibile scegliere il tipo e alcune aggiunte a dare maggior sapore, che sono loro stessi a consigliare), alcuni dolci – non elencati nel menù, e bevande diverse dal solito come limonata bio, arancia rossa bio, chinotto e via discorrendo. Ordiniamo un tris – che, in realtà, dovrebbe essere ter (liceo classico docet) – di bruschette con pesto al basilico, pomodoro e burrata, un piatto di pasta alla gricia con aggiunta di ricotta di pecora e noci e un piatto di trofie alla genovese. La velocità del servizio è impressionante e lovedole. Nel giro di qualche minuto arrivano le bruschette e, appena finite, il resto. Le aspettative vengono superate. La mia gricia è abbondante, cremosa e molto condita, costringendomi, e non a malincuore, a fare la scarpetta. Il mio compagno d’avventura è così soddisfatto da ordinare anche una carbonara. Pur non essendo una grande “pastara” – in gergo, mangiatrice di pasta – devo dire che la differenza con altri primi ordinati altrove si sente, come si sente la scelta di prodotti genuini e della pasta preparata quasi al momento. Era già un pò che volevo andare, poi l’intervento del fondatore ad un convegno a cui ho partecipato, mi hanno convinta che l’ “ora o mai più” si doveva adempiere. Una cosa che ho molto apprezzato durante il suo speech è l’aver affermato con convinzione di avere una produzione a tolleranza zero, o quasi zero, waste. Un solido e accurato controllo sulle varie operations consente loro di preparare condimenti e pasta ogni due giorni, evitando sprechi. Il poco che rimane quotidianamente viene donato ad enti benefici della zona o consumato dagli stessi operatori di sala. I prezzi sono decisamente al di sotto della quotidionanità milanese mentre la qualità e la quantità decisamente al di sopra. I dolci non nel menù – che però, ha probabilmente un menù separato – sono elencati a voce dai camerieri e sono quelli comunemente presenti in tutti i ristoranti come tiramisù, panna cotta, macedonia, gelato e torna della nonna (forse una delle poche novità).
In totale abbiamo pagato un prezzo irrisorio considerato il tutto, poco meno di 50 euro (se non sbaglio 44) per tre abbondanti piatti di pasta, un tris/ter di bruschette, una limonata e due caffè di cui uno c’è stato offerto – inoltre, se si diventa membri della miscusi family oltre all’acqua e al pane si ha diritto anche al caffè gratuito.
PRO: Pro, anzi super pro: acqua offerta e pane offerto per fare la scarpetta che viene quasi imposta scherzosamente dal menù.
Pro: porzioni abbondanti e qualità della pasta, così come il mettere a vista il procedimento.
Pro: l’iniziativa “zero waste” e l’affascinante marketing mixato alla strategia di social engagement effettuata, dalla scelta della grafica al dominio sulla piattaforma instagram, all’idea di una miscusi family.
Pro: alcuni retroscena, come l’aver stretto un accordo per la costituzione di una “miscusi” farm che possa produrre e coltivare parte dei prodotti utilizzati, come il datterino – che, attualmente, è quello proveniente dalla siciliana Pachino. Pro: la cordialità e la velocità del team ed, in particolare, di quel povero cameriere che ha dovuto “fare i conti” con la famiglia straniera seduta accanto a noi che continuava a lamentarsi dei due euro di aggiunta o di altre piccolezze che, se fossi stata io al suo posto, e fortunatamente non lo sono, avrei servito loro ragù di cavallette anzichè il tradizionale alla bolognese.
Pro&Contro: un tipo di pasta che servono è al mais e riso che è ottimo per gli intolleranti al glutine ma non per i celiaci poichè naturalmente permane la contaminazione della stessa.
CONTRO: Dopo la cordialità iniziale, probailmente complice la domenicale affluenza, molti camerieri scompaiono dopo aver effettuato il servizio tanto che il mio compagno ha dovuto attendere un pò per ordinare il secondo piatto di pasta; tempo che gli ha consentito di digerire, ma che nel caso di un cliente ancora affamato, avrebbe potuto aumentare il nervosismo da “datemi la mia carbonara”.
Contro: il pane che arriva per la “scarpetta”, potrebbe essere più gustoso tostato, poichè sembra leggermente raffermo.
Contro: nonostante il piatto di pasta valga sicuramente i due o tre euro in più dell’aggiunta suggerita sarebbe opportuno specificarlo nel menù di tale sovrapprezzo e dell’entità dello stesso.
Contro: ho apprezzato l’aver delle bibite “Più particolari” del solito, ma mi piacerebbe vederle affiancate da altre più commerciali. Buona la limonata, ma mi è mancata la mia Coca Cola e probabilmente ne avremmo ordinate anche più.
Quasi contro: Essendo un negozio che serve prevalentemente pasta, è giusto il desiderio di soffermarsi prevalentemente su di essa, ma, volendo anche promuovere l’idea di casa, mi sarebbe piaciuto vedere dei dolci più casalinghi sul menù.
Suggerimento: per l’estate e l’esterno mi munirei di candele/lampade scaccia – zanzare o di schiere di camerieri pronti a spruzzare autan su ogni cliente.
Must – to – have maglietta con su scritto “Burrata”
Entro in un locale piccolo, luminoso ed accogliente insieme a delle mie amiche dopo una giornata estenuante di lavoro. Se non avessimo visto l’offerta su The Fork, probabilmente non lo avremmo mai notato. Isolato e nascosto in una delle zone più vive di Milano, Fermata Moscova (doors open on the right) e più precisamente in Via Alessandro Volta, accanto a miriade di competitors, tra cui alcuni tanto famosi da avere una coda che sconfina nei locali limitrofi, illudendone i proprietari. All’entrata di “Li Mastri”, invece, non c’è nessuna fila. I pochi posti all’interno, però, sono quasi tutti occupati quando entriamo e durante la serata molti clienti vengono sostituiti da nuovi. Ne apprezzo sin da subito l’arredo minimal, la cui tonalità potrebbe ricordare quella del Cilento; lento, pacato, accogliente e caldo. Ci serve un ragazzo poco più grande di noi, che scopro solo dopo essere anche l’Owner del locale, aperto insieme al padre chef (thanks, Social media). Anche il menù mantiene le stesse tonalità dell’arredo; i piatti sono pochi ma sembrano tutti invitanti. La limitata scelta a fronte di un’alta qualità è sempre stata per me motivo di lode. Al contrario, non ho invece mai amato menù esageramente lunghi e fuorivanti, ossimori continui di scelte “alla rinfusa”. Anche perchè, diciamolo pure forte e chiaro, a meno che tu non sia sicuro di avere una certa affluenza e una clientela molto variegata nella scelta delle pietanze, rischi o di non avere parte di quello che proponi nel menù (opzione probabilmente migliore), o di dover ricorrere a surgelati per abbattere i costi (sempre se non si cerca di riclicare del cibo “andato a male”). Infatti, anche in questo caso, il primo piatto che avevo scelto, nonostante la limitata disponibilità, era finito. Mi sono, quindi, voluta fidare del proprietario e, avendo gola di un piatto di pasta, gli ho semplicemente chiesto quale potesse prepararmi che non contenesse “lattosio” o da cui si poteva tranquillamente eliminare senza comprometterne il gusto. Ho scoperto poi di aver scelto un piatto tipico: F’rrcieddi (Fusilli al ferretto con ragù alla cilentana di carne suina e bovina), mentre le mie amiche, persone tristi e deperite, hanno optato per un’insalata. Dovrebbero essere obbligatori per tutte le under 50 kg 150 grammi di pasta al giorno.
Ho subito notato la differenza rispetto a molti “piatti di pasta” assaggiati altrove. Si sentiva che il protagonista del piatto era fresco e preparato praticamente al momento. Questo ne giustifica sicuramente i tempi di attesa più lunghi del solito. La carne era tenera e il sugo condito e saporito e non direttamente “spiattellato” sul piatto. Per la qualità di ciò che ho mangiato, avrei sicuramente anche speso qualcosina in più, mentre i prezzi sono sotto la media milanese. Sembrava quasi di essere tornati al Sud, se consideriamo che, compreso lo sconto di The Fork del 20%, abbiamo speso in tre: 23 euro (per due insalate, un primo e 4 bottigliette d’acqua – a Milano fa caldo) e siamo uscite sazie e soddisfatte.
Ho visto, inoltre, sempre grazie ai social, che organizzano aperitivi con prodotti e salumi tipici e alcune lezioni di cucina su come si prepara la pasta fresca – mia grande mancanza.
E’ sicuramente un posto da provare, mantenendo alte le aspettative di mangiare qualcosa di buono e uscendo a pancia piena e portafoglio altrettanto pieno – sempre che lo sia mai stato.
PRO: Ho visto anche un’ottima selezione di vini e piatti a base di pesce, anch’essi molto invitanti.
E’ stata una delle poche volte in cui ho digerito facilmente ciò che ho mangiato. Considerando che sono intollerante al glutine e molto di più al lattosio, spesso per me infatti diventa complicato mangiare fuori casa senza incorrere in crampi, soprattutto se la qualità non è delle migliori.
CONTRO: Sicuramente sono ancora agli inizi, ma se volessere espandersi nel futuro dovrebbero trovare un modo per mantenere alta la qualità, riducendo i tempi di attesa.
Penso che una parmigiana calda, un bicchiere di vino bianco ed un buon libro siano l’emblematica descrizione della serata perfetta. Purtroppo, a causa dei ritmi frenetici della vita quotidiana e nel disperato tentativo di ritrovare la mia linea, non è un lusso che posso permettermi giornalmente, ma è proprio questo il bello della serata “perfetta”, che essa sia attesa. Ho sempre amato scrivere: poesie, storie, persino un romanzo che, forse per volere divino, si trovava su un pc che mia madre ha deciso di formattare (che sia stato esso un segno?!?). Con il passare del tempo è rimasta la passione ma si è ridotto il tempo a disposizione anche perché ho delle idee ben precise sulla mia idea di “scrittura”; a mio avviso, la poesia deve nascere dall’istinto che non sempre bussa alla tua porta, soprattutto quando hai già la mente full; d’altro canto storie sparse lasciano il tempo che trovano e personalmente non mi hanno mai attratto, mentre un romanzo richiede sicuramente molto impegno e una costante e crescente creatività. Un giorno mi si è accesa una lampadina. Perché non scrivere di esperienze reali? Di qualcosa che mi è capitato o che mi interessa e soprattutto potrebbe interessare ad altri? Perché non farlo usando la solita ironia che mi caratterizza? Non è tra le mie intenzioni sostituire il ruolo di un vero critico, perché non ho le basi accademiche per farlo, bensì di spogliarmi di termini aulici per descrivere un piatto di pasta facendo la scarpetta con il mio commensale.